sabato 16 ottobre 2010

VAL DI SUSA - Racconto d'altri tempi

  “RADICI”
         Racconto d’altri tempi e non solo


Foto: arch. famiglia Gioberto e arch. Montagnard
Testo: Lionello Gioberto


Qualche tempo fa ci è giunto in redazione un bel racconto scritto da Lionello Gioberto, stimato sindaco di Vaie nonché da tempo lettore di Montagnard. E’ ambientato al principio degli anni ’70, in una piccolissima frazione che si chiama Borgata Mura, raggiungibile da Vaie, Sant'antonino e dal Colle Braida (Valgioie - Sacra di San Michele).
Si tratta di un ritratto struggente della vita montanara e contadina dell’epoca. Uno spaccato ricco di grande sensibilità ed amore per la propria terra. L’anima dell’autore emerge con straordinaria  limpidezza.
Il racconto è corposo, ma merita davvero di essere letto con calma e per intero...


La 600 bianca sferragliava ansimando lungo la ripida strada sterrata che saliva il costone della montagna. Sette chilometri di pista sconnessa da fare tutti in prima, saltando di pietra in pietra come un camoscio carrozzato FIAT. Tutto traballava: sì che erano utili le maniglie per reggersi alla carrozzeria! La leva del cambio si agitava in un ballo tutto suo, con la mano libera dalla maniglia si accudivano i bagagli sistemati sul sedile di dietro e tra le ginocchia, il rumore costipato della prima marcia prendeva il ritmo delle buche e il suo ronzio sincopato veniva ogni tanto sovrastato dai colpi di clacson che papà faceva muggire prima di affrontare i tornanti e le curve cieche. Mezz’ora di polveroso (o fangoso, che è peggio) travaglio per arrivare su dove finiscono i castagni, la montagna spiana e la strada finisce. Dove c’è la casa dei miei Nonni.


La storica 600

Anche la quinta elementare era finita, eravamo tutti contenti e, in attesa che arrivassero i libri delle medie da sbirciare, mi godevo l’assenza dei compiti delle vacanze. Meglio che mai se era il momento di stare un po’ su dai genitori del papà. I Nonni si chiamavano Renato e ‘Mabilina’ (il vero nome Amabile l’ho saputo solo da adulto). Stavano in montagna da Pasqua ai Santi a fare burro e formaggi in compagnia di 2 mucche, una manza, 6 galline, 10 conigli e qualcuno dei nipoti che tra giugno e settembre veniva mandato a razzolare appresso ai bovini.
Anche se eravamo all’inizio degli anni ’70 l’estate dei Nonni sapeva ancora di dopoguerra. E’ vero che c’era la pensione, ma il nonno ogni tanto sottolineava con orgoglio che quello che guadagnavano con “lait, tume e bur” (integrato da un orto generoso) era sufficiente a mantenere per tutto il periodo i due vecchietti e i nipoti monticati. Non l’ho mai sentito dire da altri, ma per nonno Renato “… lo Stato me ne dà fin troppi di soldi…”. Non era vero, le pensioni erano miserrime, solo un regime di vita ultrasupermoderato e una gran voglia di spaccarsi ancora la schiena, potevano portare a questo fantastico risultato. Certo lassù le spese erano poche. L’acquedotto era degli abitanti della Borgata, la corrente a 220 volt non c’era e ci si illuminava con un sistema turbina–batteria che produceva 24 volt con l’acqua della fontana. Niente TV, niente elettrodomestici, riscaldamento con stufa a legna. Unici lussi: una radio a pile (per la quale i nonni pagavano regolarmente il canone RAI) e un “baracchino”, ovvero una radiotrasmittente con la quale si tenevano in contatto con una dozzina di amici, sentendosi ad orari prefissati tutti i giorni (come facciamo oggi con il telefonino, con la differenza che quel sistema, una volta acquistato, non costava più niente).

La famiglia di Casa Mura


Il posto è bellissimo ancora oggi. Bello come una pubblicità del Trentino. Sul crinale della montagna, in mezzo ai pascoli circondati da faggi, un grosso cortile con tutte le case che vi si affacciano. Sul lato verso la Valle di Susa (è di lì che arriva il vento) tutte le case sono unite in un fronte unico, gli altri tre lati sono invece delimitati da abitazioni separate. L’unico edificio che non si affaccia sul cortile è la piccola chiesetta. L’hanno costruita per ultima e non c’era più posto fronte–cortile. La Vista è quella di una foto panoramica e non è come quei posti dove all’ora di pranzo arriva il nebbione dell’umido. L’aria che frizza è costante e il tramonto arriva quando tutti sono già all’ombra da un pezzo. Quasi in tutte le case c’era qualcuno. Tra questi “Ninu” un vero allevatore che aveva almeno una quindicina di mucche, un toro e anche qualche capra. Gli altri abitanti erano due o tre coppie di pensionati e un paio di vedove alle quali tutti si rivolgevano facendo precedere al nome di battesimo il suffisso “Magna” (Zia), a significare che eravamo tutti un pochino parenti. Ognuno in estate aveva qualche nipote al quale badare.
I miei Nonni di nipoti ne avevano tre (il sottoscritto e due cugini), ma uno era già grande e non veniva più preso dalla vita agreste: aveva già di meglio da fare in paese. Dividevo quindi le mie giornate (nei tempi e negli spazi, 24 ore su 24) con il cugino Luca che aveva due anni meno di me. Nonostante la differenza di età a mio favore, Luca era più alto e più grosso. Lo era sempre stato, sono convinto che quando aveva 2 anni era già più alto di me che ne avevo 4. Io ero bello magrino, ma lui era decisamente un marcantonio di bambino. Fisicamente la lotta era impari. In tutte le attività e nel nostro rapporto era chiaro chi tra i due aveva le carte in regola per scassare l’altro. Potevo solo sperare nella sua pazienza e ostentare del coraggio. Con questa tecnica una volta rimediai un occhio blu, ma in molte altre occasioni me la sono cavata senza troppi guai.
Le giornate erano organizzate in tempi fissi che ogni tanto venivano modificati dal ritmo della stagione. Io e Luca ci svegliavamo quando la mungitura del mattino era terminata. I due secchi con il latte appena munto erano in cantina dove, sul tavolo di pietra, già riposavano il latte per il burro e le formaggelle fresche che colavano siero. Nel pieno della stagione i secchi erano colmi fino all’orlo, un secchio la mattina e uno la sera per due mucche fanno circa 45 litri di latte al giorno.



Mungitura

Tre o quattro litri venivano venduti freschi dopo la mungitura della sera (dal produttore al consumatore in tempo reale). Il resto veniva trasformato fino all’ultima goccia. Per quanto riguardava noi bambini, i nostri compiti erano precisi: aiutavamo a pascolare le mucche cercando di entrare in confidenza con quei bestioni dagli occhi impenetrabili. Andavamo di corsa a prendere le uova appena sparate nel cesto di paglia dalle rosse galline (con le quali invece non si cercava un contatto amichevole). Assistevamo attenti alle varie operazioni che i Nonni effettuavano con i bovini nella stalla: il fieno nella greppia, la “brusca” passata con amorevole energia sulle natiche e sulle cosce delle docili cornute, la preparazione per la mungitura con il grembiule e il foulard in testa, il miracolo quotidiano del liquido che sprizza dalle mammelle e tamburella il fondo del secchio a ritmo preciso, l’odore del latte che si spande a mano a mano che il secchio si riempie coperto da una schiuma di bollicine bianche.
Il ritmo della settimana era organizzato in funzione del giovedì, il giorno nel quale il Nonno scendeva in paese a fare la spesa e a consegnare il burro e qualche formaggio al negozio di mio padrino (il papà di Luca). Questo significava che il giorno prima del “viaggio” era quello dedicato al burro. Realizzazione e confezione il mattino del mercoledì. La logistica dell’operazione era molto semplice: se il tempo era bello, si piazzava la “macchina del burro” (burera) all’aria aperta, sul battuto di pietre di fronte alla casa. Così, sotto gli occhi di tutti, sfruttando la forza motrice dei nipoti, la magica trasformazione della panna in burro avveniva dopo un’oretta di regolare sbattimento. La burera era di quelle a manovella. Una botte di legno da 20 litri con la manovella che muoveva un meccanismo interno tipo “pale di chiatta del Mississipi”. Il tutto sostenuto da un trespolo a doppia X simile a quelli che si usano per tagliare la legna. Anche fatta l’abitudine, era eccitante vedere che, dopo un po’ di voga modello Oxford e Cambridge, il liquido inserito dallo sportello superiore ispessiva fino a separare le molecole gialle del burro. Il prodotto ottenuto veniva estratto col cucchiaio e (dopo essere stato separato per peso) veniva passato a nonno Renato che era l’artista al quale competeva la forma finale. Le porzioni (una ventina da 2 etti e tre o quattro da mezzo chilo) venivano abbozzate in forma allungata e, dopo essere state fatte saltellare con maestria in una bacinella di metallo laccato di bianco, assumevano la tipica forma a fuso. Come dei piccoli dirigibili di colesterolo dal profumo di fiori di montagna. Tutti i “panetti”, a parte quello del nostro fabbisogno settimanale, venivano poi confezionati nella tipica carta per alimenti stampata di rosso, le cui pieghe di chiusura alle estremità venivano bloccate da due piccoli rivetti. Il grosso era fatto, il mattino dopo tutto ciò che era da consegnare veniva sistemato in uno scatolone sul sedile posteriore della 600 e, tre ore più tardi, la grossa scatola di cartone tornava su piena di provviste. La più attesa di tutte era il pane fresco. Non che le “miche” di una settimana fossero cattive, ma un po’ di morbida mollica per un ragazzino di 11 anni era sicuramente un piacere del palato.
Tra fine Giugno e Luglio veniva il tempo del fieno. Appena l’istinto montanaro individuava quelle che oggi sappiamo essere le caratteristiche tipiche della presenza sull’Europa dell’Anticiclone delle Azzorre, si radunavano gli attrezzi e la truppa di famiglia partiva verso i pascoli destinati al taglio. Ovviamente i terreni scelti erano i più vicini alla casa, giacchè il trasporto del fieno avveniva a dorso di uomo. Con il fieno, il nonno mostrava il meglio della sua abilità di contadino di montagna. Con le mucche era bravo (ubbidivano alle sue parole come cagnolini addestrati), a mungere era meglio nonna ‘Mabilina, ma con la falce Renato era un vero campione. Affilava la lama con la pietra bagnata e, con una coreografia di movimenti semicircolari, accorciava a quattro dita i lunghi fili di erba fiorita con la delicatezza di chi non vuole far male. Il sibilo della lama tagliente era sincronizzato ai respiri regolari, come in un esercizio di arte orientale, dove la precisione del colpo e la concentrazione del corpo sono i segni del perfetto equilibrio. I miei tentativi di emularlo non erano affatto soddisfacenti. Intanto per me l’attrezzo era troppo grosso, inoltre anni di educazione che mi avevano insegnato a stare alla larga dagli oggetti taglienti, mi irrigidivano nel gesto atletico. In ogni caso anche i cinesi imparano il Thai Chi mica in cinque minuti….
Se il tempo era quello giusto, dopo 5 o 6 ore il fieno tagliato poteva essere rivoltato con il tridente. Il giorno dopo veniva radunato a colpi di rastrello in lunghe file parallele dette “qualere” e infine (dopo altre 24 ore) si poteva iniziare il trasporto al fienile.


All'epoca le foto di famiglia si facevano anche così...da duri!
 
Il trasporto era un esercizio epico. Il fisico robusto del Nonno veniva messo a dura prova. Si adagiava una bella quantità di fieno sul “fiorè”, un quadrato di juta con 4 pezzi di corda di canapa assicurati agli angoli. Si bloccava l’enorme mucchio di erba secca con le corde, lo si alzava in verticale e, per mezzo di un’ulteriore corda che faceva tutto il giro, veniva in qualche modo sistemato sulla testa di nonno Renato. Non so se si è capito l’effetto finale, ma era come vedere un covone di 2 metri cubi muoversi lento nei prati, mosso da due piccole zampette dal passo incerto. Con gesti misurati il nonno-covone arrivava al fienile dove lo attendeva l’ultima difficile prova da superare. Il fienile era infatti al primo piano e per portare su il fieno, si saliva una scala a pioli opportunamente modificata in modo che l’uscita sulla terrazza fossa agevole. Un piolo dopo l’altro, attento a non uscire dal baricentro, il Nonno saliva calmo calmo e, quando finalmente posava i piedi sul piano orizzontale, il sospiro di sollievo era collettivo. Un giro dopo l’altro il fienile si riempiva e quando tutto il processo era terminato si aveva ben ragione di sentirsi in festa. A dare un aspetto esteticamente perfetto a questo sentimento ci pensavano le lucciole. Dopo il tramonto centinaia di lucine intermittenti si accendevano nei pascoli tagliati di fresco. Come la ciliegia sulla torta, erano il segno di un lavoro portato a termine felicemente con successo. Me li godevo quei momenti, anche perché di lì a qualche giorno la 600 bianca mi avrebbe riportato alla normale vita di pianura.
Sono passati più di 30 anni da quei giorni, molto è cambiato. I Nonni non ci sono più, “Ninu” non c’è più, tutti quelli che erano nonni non ci sono più e quasi tutti i nipoti sono diventati dei genitori. Sono arrivati la corrente elettrica e l’asfalto a rendere la vita più comoda e, adesso che tutto è più facile, sono in pochi ad avere il tempo e la voglia per stare lassù. Belle case quasi sempre vuote e chiuse. Per fortuna animali al pascolo ce ne sono ancora. Franco, il figlio di “Ninu” ha una stalla nuova e la sua perizia e cura del territorio continuano a mantenere l’”effetto Trentino”.
Mi chiedo spesso cosa mi è rimasto di quei giorni ormai lontani e mi accorgo, con soddisfazione, che la spugna della mia anima ha trattenuto tutto quello che aveva assorbito in quei momenti speciali e spensierati: l’amore per il posto, per la montagna, per le cose semplici, per gli animali, per il legno e per la pietra. La capacità di distinguere il necessario dal superfluo. L’istinto che ti fa vedere un capriolo o trovare un quadrifoglio. Il “Pied Montagnard” di chi sa muoversi con sicurezza anche nei posti impervi. L’eterno massimo rispetto per chi, dopo una vita di sacrifici, mi ha lasciato in eredità un pezzo di paradiso terrestre. Avere quel posto segnato sulla carta di identità alla voce “indirizzo” è il mio sogno più segreto e anche quello più palese. Intanto continuo a sentire lì le mie radici e, piano piano, provo a spingerle più profonde, poi nella vita …chissà…


Pascolo...




UN CENTRO COMMERCIALE A EMISSIONI ZERO

Le Baite di Oulx

di F.A. e a cura della Redazione di Montagnard 


Il centro commerciale Le Baite di Oulx, esiste dagli anni novanta. Lo ha costruito Maurizio Rota, un imprenditore da sempre attivo nella zona con progetti all’avanguardia. Già nella sua struttura il centro è il tentativo di conciliare esigenze architettoniche moderne con l’architettura tradizionale alpina, quella delle baite di montagna. In questi anni poi sono state sviluppate diverse politiche nel tentativo di armonizzare la grande distribuzione alimentare con una visione più responsabile del consumo e più in generale dello sviluppo economico.

 
La nuovissima pala eolica installata ad Oulx sui prati fra l'autostrada e
il centro commerciale Le Baite


Il Centro Le Baite in questo senso ha fissato recentemente un obiettivo: diventare un centro commerciale ad impatto zero. Pala eolica, pannelli fotovoltaici, geotermia e impianto di cogenerazione. Nel tentativo di andare in controtendenza rispetto a ciò che si fa in molti altri centri commerciali: grandi opere, grandi aree espositive, grandissime quantità di merce ed energia utilizzata, prezzi concorrenziali, ma pochissima se non nulla attenzione all’ambiente ed all’impatto generale di quel tipo di attività commerciale.
Queste scelte sono diventate ben visibili agli occhi di tutti negli ultimi mesi. Una nuovissima pala eolica di più di 20 metri d’altezza installata dalla EolArt, capace di produrre oltre 130.000 kWh l’anno con un vento medio di 6 metri al secondo. La piana di Oulx è zona di vento abbastanza forte e costante, specie nei pomeriggi estivi grazie alle correnti termiche che salgono dal fondo valle. All’impianto eolico per produrre energia si sommano i pannelli fotovoltaici sul grande tetto della nuova ala del centro. Prodotti dall’americana Solyndra e forniti dalla Sun System, sono capaci di generare energia anche in assenza di irraggiamento solare diretto e garantiranno alla Baite altri 70.000 kWh annui. Le tecnologie che sfruttano le fonti rinnovabili sono inserite in un sistema integrato realizzato soprattutto nella nuova ala della struttura commerciale con la finalità di raggiungere il maggior risparmio energetico possibile. Luci che variano automaticamente d’intensità col variare della luce esterna naturale, riscaldamento a pavimento alimentato anche da geotermia e diversi altri accorgimenti per ridurre al massimo i consumi. 
In linea con questo indirizzo dato al centro commerciale, sono state attivate delle iniziative di spesa ecosostenibile, come gli Ecopoint  CRAI, distributori fai da te di prodotti sfusi finalizzati alla riduzione degli imballaggi. Inoltre a breve, in collaborazione con Acsel, verrà inaugurata una innovativa postazione per lo smaltimento delle bottiglie di plastica. I clienti saranno incentivati a smaltire qui la plastica attraverso buoni sconto da utilizzare presso Le Baite. L’idea imprenditoriale di Maurizio Rota è insomma quella di conciliare l’attività commerciale col rispetto dell’ambiente e la valorizzazione del territorio, dando ai consumatori l’opportunità di compiere scelte etiche nel momento della spesa.

L'ingresso delle Baite e il trenino che viene messo a disposizione della clientela per raggiungere il centro commerciale evitando l'uso dell'automobile


Quanto sopra descritto in realtà è il primo tassello di un progetto che prevede entro il 2012 di arrivare a produrre da fonti rinnovabili gli oltre 600.000 kWh annui necessari all’intero fabbisogno energetico del centro commerciale di Oulx. Questo progetto è a sua volta inserito all’interno di un progetto ancora più ampio che il Centro Distributivo Piemontese Codè-Crai Ovest sta elaborando per promuovere la realizzazione di impianti di micro generazione diffusa alimentati da fonti rinnovabili.
Proprio di recente Codè-Crai Ovest, assieme alle Baite di Oulx ha presentato presso il Polo tecnologico agroalimentare Tecnogranda di Cuneo, un ricerca per produrre olio combustibile vegetale da alghe monocellulari alimentate da liquami di aziende zootecniche o liquidi di risulta di industrie lattiero casearie. Un sistema che fornirebbe combustibile ecologico a “km zero” ad un impianto di cogenerazione che verrà installato nei prossimi mesi presso il Centro Distributivo Codè-Crai di Leinì. L’impianto coprirà l’intero fabbisogno energetico di oltre 3.000.000 kWh annui di questo magazzino centrale, dal quale vengono riforniti gli oltre 300 punti vendita Crai del Piemonte.
Insomma un insieme di ottime iniziative con le quali si cerca di dare un contributo importante ed autonomo da parte del mondo dell’imprenditoria, al raggiungimento dell’obiettivo europeo di coprire entro il 2020 almeno il 20 % del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili.

La pala eolica di Oulx ha iniziato a girare da circa 2 mesi!




venerdì 15 ottobre 2010

La Ferrovia Fell del Moncenisio

Vecchia ma agile ferrovia alpina
Un monito alle politiche contemporanee?


di Samuele Revel e a cura della Redazione di Montagnard



Il trenino FELL in una vecchia illustrazione


D'inverno la Strada Statale che sale al colle del Moncenisio chiude, causa neve. Dal versante francese addirittura diventa una pista da sci. Chi vuole scavalcare le Alpi in auto deve infi larsi nel tunnel del Frejus o passare dal Monginevro, le due alternative della zona. Per chi si sposta con il treno invece l’unica alternativa è il traforo del Frejus. Tornando al Moncenisio, storico valico utilizzato fin dall’antichità per scambi commerciali e come via di comunicazione per il turismo (anche quello di tipo religioso), il passo è stato fortificato a partire dall’Ottocento da parte italiana con la costruzione della Piazza militare del Moncenisio e ancor prima da Napoleone con la costruzione della prima strada di collegamento e con la ricostruzione dell’ospizio (a circa 1000 anni dalla sua prima fondazione) oggi sommerso dalla acque dell’invaso artificiale.

Ancora oggi si possono vedere le varie fortificazioni costruite per difendere l’importante e strategico valico e anche i francesi non rimasero a guardare con la costruzione del forte della Turra. Negli anni successivi altre batterie anche corazzate vengono edificate al valico fino ad arrivare alle opere del Ventennio fascista con la costruzione di opere in caverna, facenti parte delle opere di difesa del Vallo Alpino. Oggi tutte queste fortifi cazioni sono passate in territorio francese dopo i trattati di pace al termine della Seconda Guerra Mondiale che hanno ridisegnato i confini attribuendo alla Francia, come rimborso di guerra, porzioni di territorio un tempo italiano.

Tralasciando i tempi di guerra e tornando ai tempi di pace, è interessante scoprire la breve ma interessante storia della Ferrovia del Moncenisio, la ferrovia Fell.

Fa già notizia immaginare una ferrovia che si arrampica fi no ai 2083 metri del colle, ancor di più i tempi necessari e il periodo storico di costruzione.

Gli anni erano quelli della costruzione del traforo ferroviario del Frejus. Nella conca di Bardonecchia i lavori procedevano a rilento a causa della grande imponenza dell’opera, più di 13 chilometri e mezzo di galleria, e della scarsità di mezzi utilizzati per la costruzione. I lavori iniziarono nel 1857 e terminarono appena tredici anni dopo. Era la prima galleria scavata sotto le Alpi, se si esclude il Buco di Viso, galleria in quota risalente al 1400. Proprio per questi rallentamenti e per una forte necessità di avere un collegamento transalpino venne ideata una ferrovia che superasse il Moncenisio, in attesa dell’apertura del Frejus.

        <  Ingresso di una
                                                                                            delle gallerie paravalanga

Il primo maggio del 1866 iniziarono i lavori per la costruzione di quella che risulterà la più ardita ferrovia europea, e terminarono appena due anni dopo! Il tempo di costruzione è strabiliante perché non si trattava di posare una tratta di ferrovia su terreno pianeggiante ma in un ambiente tipicamente alpino. Con tutti i problemi dell’ambiente montano. Nelle foto e ancora dal vero si possono vedere le imponenti opere edifi cate in soli due anni. Una lunga serie di gallerie per riuscire a mettere al sicuro dalle nevicate e dalle valanghe la ferrovia e alcuni ponti per evitare valloni e muraglioni di sostegno. Squadre di operai tenevano percorribile sia la ferrovia che la strada anche in pieno periodo invernale. Il 15 giugno 1868 entrava in funzione la ferrovia: a volte i numeri risultano molto aridi ma non in questo caso. Da Susa a Saint-Michel-de-Maurienne i chilometri di strada ferrata erano 77,8 con pendenze fi no all’8,3 %. Raggi di curva di soli 35 metri che permettano svolte inverosimili. Sui binari correvano piccole locomotive con al massimo 3-4 vagoni al traino. Anche i dislivelli erano notevoli: 1588 metri fra Susa e il Moncenisio e 1360 dal versante francese. Dislivelli importanti che erano percorsi grazie a un sistema inventato da John Barraclough Fell per aumentare l’aderenza delle locomotrice sui binari. La particolarità di questo sistema (note maggiori nel box a lato) era quella di utilizzare la terza rotaia soltanto nei tratti di maggiore salita tralasciandola in quelli più pianeggianti. I tempi di percorrenza si aggiravano sulle 5 ore, poche rispetto alle dodici che si impiegavano con una diligenza. Inoltre il vantaggio notevole era la copertura della maggior parte dei tratti in quota compreso il “serpentone di lamiera” nella zona delle Scale del Moncenisio. Un lungo tratto per valicare uno degli ultimi scalini prima della piana del colle con alcune curve per superare il dislivello intubato fra alte lamiere per permettere il transito anche in caso di forti nevicate: il tratto coperto artificialmente riguardava tutto il percorso in alta quota per una lunghezza di 12 chilometri. Naturalmente, come dicevamo prima, forte era l’impiego di operai per mantenere la strada e la ferrovia praticabile tutto l’anno. Con la sua inaugurazione nel 1868 si chiudeva un'epoca e un modo di attraversare le Alpi: scomparivano le storiche diligenze trainate da cavalli (con il sostegno di molti muli nei tratti più ripidi) ed i Marrons, storiche guide di Novalesa e Venaus, che accompagnavano i viaggiatori lungo la strada del Moncenisio anche in inverno.

La vita e la fortuna della Ferrovia del Moncenisio però era destinata ad avere vita breve. Creata per sopperire come abbiamo già ricordato prima ad un ritardo nella costruzione del traforo del Frejus (e sui cui si stava muovendo una forte critica da parte dell’opinione pubblica) e per riuscire a soddisfare il traffico che stava aumentando in maniera esponenziale, il I° novembre 1871 ad appena tre anni dall’apertura e a cinque dall’inizio lavori, venne definitivamente chiusa e smantellata. Oggi a 140 anni dalla chiusura rimangono delle tracce lungo la statale 25 del Moncenisio: gallerie, terrapieni etc.
Rimane invece incredibile pensare alla velocità nell’esecuzione dei lavori e alla grande innovazione nel pensare una ferrovia del genere.


DATI TECNICI

Il sistema di locomozione Fell consisteva nell’istallazione di una terza rotaia sopraelevata di 18 cm, posta nel centro del binario nei tratti di maggior pendenza,sulla quale agivano a mo' di frizione due coppie di ruote ad asse verticale ubicate sulla locomotiva, spinte da molle. Nei punti di attraversamento stradale,per non intralciare il transito delle vetture a cavalli, un dispositivo permetteva l'abbassamento della rotaia centrale in apposito chiusino. Il sistema Fell fu adottato in ferrovie sparse in tutto il mondo: la ferrovia del Moncenisio tra Italia e Francia, in Brasile nella provincia di Rio de Janeiro, in Nuova Zelanda ed in Francia presso Clermont-Ferrand.
Questo tipo di ferrovia risulta antecedente a quella più nota che utilizza il sistema a cremagliera.


Il trenino FELL in un'illustrazione dell'epoca



Siamo nati ora! Alle 22 e 37 del 15 Ottobre 2010...

Siamo nati ora! Alle 22 e 37 del 15 Ottobre 2010...

Faremo grandi cose insieme!

Saluti montagnard a tutto il popolo della Val di Susa, chiunque qui viva, lavori, studi, si trovi di passaggio....

Siamo nati per voi!

Per tenerci informati, per partecipare, per ritrovarsi, per scoprire e riscoprire, per stupirci ed emozionarci come popolo della montagna. Per la montagna in ogni sua sfaccettatura. In ogni sogno ed anfratto che racconti i monti sui quali viviamo e la vita che vi pulsa intorno.

Con i migliori auguri ad ognuno


montagnard

Tramonto sul Gran Adritto (2750 m) - Alta Valle Stretta